News

27/04/2004 - Professionalità e responsabilità professionale del medico ospedaliero

Gentile Medico,

L’editoriale che invio alla Tua attenzione è stato redatto dal Prof. Alfonso Zarone.

 E’ uno dei più belli editoriali che la Dimed abbia ricevuto in questi 4 anni.

Merita grande attenzione da parte nostra, perché fa capire quanta professionalità molti di noi abbiamo e quanto poco aiuto riceviamo spesso da parte dell’amministrazione statale.

Sono molto contento se vogliate inviare un commento su detto articolo scrivendo a info@dimed.com o direttamente all’Autore a alfonso_zarone@fastwebnet.it

 

 

PROFESSIONALITÀ E RESPONSABILITÀ      

   PROFESSIONALE DEL MEDICO OSPEDALIERO

 

Prof. Dott. Alfonso ZARONE

Primario emerito dell’A.O.R.N. Cardarelli di Napoli

L. Docente universitario di medicina legale

           E mail : alfonso_zarone@fastwebnet.it

 

 (Lezione al Corso di aggiornamento organizzato dalla Università Federico II di Napoli e dal Comitato unitario delle professioni su “La consulenza tecnica civile, penale e nella P.A.: regole, prospettive ed opportunità”. In Napoli 26/4/2004)

Quanto sto per dire non si propone intendimenti difensivi, ispirati da visioni corporative, bensì finalità divulgative, dirette  ai non Medici ed in particolare ai Magistrati ed alla schiera sempre più numerosa di Periti e Consulenti che si improvvisano medici legali e che, privi di conoscenza dei problemi che condizionano l’operato dei medici ospedalieri, ex post si ergono a rigidi censori tecnici, esprimendo giudizi nell’ambito di problematiche delle quali non possono vantare alcuna esperienza clinica diretta.

La peculiarità estrema della professione medica nell’Ospedale ed in genere in ogni pubblica struttura impone di affermare l’esigenza di una valutazione che, in tema di colpa medica, tenga debito conto degli aspetti relativi all’ambiente, alle attrezzature, alle condizioni lavorative dell’Ospedale entro il quale il Medico, che opera nella Struttura, ha svolto la sua prestazione professionale!

Ciò per accertare se e, nell’affermativa in qual misura, abbiano rivestito ruolo causale nella genesi del danno alla persona del paziente disservizi, carenze di attrezzature e di ambienti, insufficienza qualitativa e quantitativa degli organigrammi, al fine di dare, come si suol dire, a Cesare quel che è di Cesare, e quindi alle Amministrazioni ed alle Autorità politiche, quanto è addebitabile a loro colpa!

Il giudizio sulla professionalità dell’Operatore ospedaliero non può e non deve essere avulso dalla realtà entro la quale Egli è costretto ad agire, in quanto non può esservi  una sorta di presunzione di efficienza delle strutture ospedaliere ed, in genere, delle strutture pubbliche, che specie nel Sud d’Italia ed al di fuori dei grandi centri urbani, denunziano ancora gravissime carenze.

Molto si è fatto, ma ancora molto resta da fare: troppi ancora sono gli ambienti di degenza inaccoglienti e con posti letto insufficienti, le attrezzature insufficienti ed antiquate, le camere operatorie che dovrebbero essere dichiarate inagibili!

Il carattere sempre meno incentivante e gratificante dell’esercizio professionale nell’ambito di molte strutture pubbliche potrebbe condurre ad un progressivo decadimento degli impegni, a tutti i livelli, con il rischio gravissimo di spingere gli Operatori sanitari verso una china ripida, che potrebbe trasformare il medico in un mestierante sfiduciato, avvilito, disincentivato, burocratizzato; in un “funzionario”, cioè, che potrebbe mutare  la prestazione medica, che è innanzi tutto un lucido atto di amore e quindi di partecipazione anche affettiva alle sofferenze dell’infermo, in un impegno distaccato, che si adempirà per obbligo contrattuale ma che sarà privo di ogni professionalità.

Professionalità che è, soprattutto, personalizzazione del lavoro e quindi espressione di una qualità in cui l’uomo, ritrovando se stesso, esprime il meglio delle sue possibilità tecniche.

“Professionalità” dell’atto lavorativo che bene si diversifica dalla “professione” dell’uomo lavoratore, in quanto si riferisce alla qualità dell’impegno, alla sua adeguatezza ai vertici delle possibilità tecniche, all’impronta della personalità dell’individuo che lo ha espresso.

La professionalità dell’atto lavorativo per la sua realizzazione richiede la verificazione di alcune condizioni ineludibili:

a) - la conoscenza dei presupposti dell’atto, cioè della natura e delle difficoltà del problema da affrontare e delle possibili vie da seguire per risolverlo e quindi il possesso del bagaglio culturale necessario per attuare delle scelte operative corrette;

b) – la capacità creativa di chi deve eseguire l’atto lavorativo;

c) – l’esistenza, nel campo del lavoro scientifico, delle necessarie attrezzature, ambientali e strumentali, adeguate allo standard imposto dall’evoluzione tecnologica del momento;

d) – la presenza, per le prestazioni più complesse, di un’equipe, cioè di tecnici in grado di esprimere un complesso armonico di competenze individuali, che, pur confluendo nel gruppo non si confondano con esso.

È quindi evidente che concorrono alla professionalità dell’atto medico vari fattori, alcuni dei quali attengono all’individuo e quindi alle sue doti naturali – creatività – o acquisite – preparazione culturale -, altri sono invece riferibili ai mezzi tecnici dei quali l’uomo può disporre e quindi a fattori che devono essere offerti all’individuo dalla collettività a mezzo della struttura pubblica nella quale l’Operatore agisce.

Primo fattore della professionalità, anzi ”conditio sine qua non” per la sua concretizzazione, è dunque la conoscenza del problema, intesa nel senso più ampio, di possesso del necessario patrimonio culturale e delle relative tecniche operative.

Tale fattore, pur costituendo un obbligo per il sanitario ospedaliero, incombe anche sull’ente gestore che, di fatto, deve porre in condizione il medico di poter realizzare un programma di costante aggiornamento scientifico, assicurandogli la presenza di biblioteche ben fornite; di sale di studio; di ambienti per le riunioni congressuali, oltre che favorendo i più giovani con frequenti “comandi” presso altri Ospedali, anche stranieri, per acquisire tecniche di avanguardia etc..

Altra condizione, non certo secondaria, della professionalità, in ogni prestazione di lavoro, dalla più semplice alla più complessa, è peraltro, la creatività.

Per dirla con il Matussek, il denominatore comune degli atti della personalità creativa è “nell’accentuazione del nuovo, qualunque sia l’oggetto rappresentato: una poesia, una decisione politica, un quadro...”, un atto chirurgico, v’è da aggiungere, per restare nel tema .

Creatività che consentirà, poniamo, al chirurgo che la possiede di scegliere, in presenza di imprevedibili ed impreviste complicanze, tra molteplici soluzioni quella che più rapidamente e più semplicemente permetterà di ottenere il risultato migliore. Si pensi alla differenza che passa tra un intervento chirurgico di elezione ed uno che debba essere invece attuato in regime di emergenza! Nel primo caso il paziente sarà stato preventivamente studiato, fatto oggetto di indagini approfondite e di consulenze specialistiche diversificate, per cui il Chirurgo potrà predisporre un piano operativo che, probabilmente – le certezze in medicina ed in chirurgia non esistono…- dovrebbe porlo al riparo da imprevedibili ostacoli e non imporrà improvvisazioni e varianti della condotta tecnica. Nel secondo caso e cioè in presenza di un paziente in emergenza, in limine vitae, solo la creatività del Chirurgo, la sua capacità di “inventare” le vie tecniche da seguire, in assenza di linee-guida codificate e consacrate nei testi varranno a salvare la vita dell’infermo ! Si pensi al ferito raggiunto da proiettili d’arma da fuoco che abbiano trapassato torace ed addome, inducendo lesioni pleuro-polmonari, diaframmatiche intestinali, epatiche, etc: che cosa se non l’altissima capacità tecnica e tanta capacità creativa che suggerisca, all’istante, di scegliere tra le tante la soluzione tecnica migliore potrà salvare la vita al paziente?

Il terzo fattore che condiziona la professionalità dell’atto medico, come s’è detto, è rappresentato dalla concreta disponibilità di mezzi e di ambienti idonei, adeguati alla natura ed alla difficoltà dell’impegno tecnico: l’atto medico impone infatti, oggi più che mai, l’apporto di competenze diversificate e la disponibilità di servizi ed ambienti adeguati.

Ed è proprio questo fattore, che sfugge alla possibilità di controllo e di gestione diretta dal medico ospedaliero, che più limita la sua professionalità potenziale: cioè quella che egli sarebbe in grado di esprimere sulla base del suo patrimonio culturale, della sua esperienza, delle sue attitudini, in sostanza delle capacità tecniche insite in lui e che restano invece troppo spesso soffocate ed inespresse.

Anche il più diligente dei medici ospedalieri potrà apparire superficiale e distaccato agli occhi di un rigido e disinformato Censore tecnico, se dovrà distribuire le sue forze fisiche e psichiche per un numero di malati doppio di quello previsto e programmato per la struttura divisionale.

E non si dica che i malati possono essere trasferiti altrove. Dove?

In Ospedali altrettanto affollati ovvero in piccoli Ospedali periferici privi dell’organizzazione specialistica che il caso clinico richiede? Con quali ambulanze? E questo quante volte al giorno si dovrebbe ripetere? E se, come accaduto, durante il pellegrinaggio alla ricerca del posto il malato muore? Di chi è la colpa?

Che cosa resta da fare allora al medico ospedaliero, specie  se opera in un grosso complesso ove affluiscono malati dell’intera regione, scavalcando i filtri periferici, se non restare al suo posto, rischiando il sospetto di una colpevole negligenza se nel caos gli sfuggono alcune sfumate coloriture cliniche?

Sfumate coloriture che saranno invece sottolineate e macroscopizzate dal Consulente dell’Accusa, che ex post giudicherà nell’ambiente distensivo e conciliante del suo studio professionale !

Il nostro sfortunato medico ospedaliero non potrà che restare al suo posto, nelle stesse condizioni di prima: qual patetico fante, lasciato troppo spesso in una trincea sconquassata a difendere con armi antiquate un fronte che crolla da tutti i lati, in alcuni ospedali, specie nel Sud d’Italia .

Un discorso a parte merita l’ultimo dei fattori che si sono considerati necessari ai fini della professionalità: la coesistenza, per gli atti medici complessi, di più competenze specialistiche in grado di assicurare un lavoro di èquipe.

È oggi di moda strumentalizzare ed esasperare questo concetto allo scopo di falsare il significato del lavoro di gruppo, facendolo apparire come la prova irrefutabile del tramonto del singolo di fronte al sorgere ed all’affermarsi dell’insieme di più persone.

L’affermazione dell’individuo contro l’omogeneizzazione dell’uomo nella massa amorfa ha subito sempre, nella storia dei popoli, degli alti e bassi: alti, corrispondenti ai momenti di maggiore splendore; bassi, corrispondenti ai periodi più oscuri ed a quelli di transizione dell’organizzazione sociale.

Nell’epoca romana il “quisque faber fortunae suae” di Catone lascia intravedere un germe di individualismo che parrebbe in contrasto con quanto si sarebbe portati a ritenere: che cioé il Cittadino romano si realizzasse solo nell’adempimento dei suoi doveri verso la “res pubblica”.

L’individualismo troverà però solo nel Romanticismo ottocentesco la sua affermazione più esplicita: Romanticismo che, in modo polemico, non solo assume forma individualistica, ma fa dell’individualismo un programma, una forma di comportamento che assurge a livello di problema generale, laddove nel passato era restato pur sempre un fenomeno di interesse limitato.

Se col romanticismo si afferma l’individualismo come costume di vita, presto, dopo di esso, si vanno creando le premesse per il cedimento di una parte della libertà di scelta dell’individuo alle organizzazioni sociali.

Si apre la fase di transizione, che ha inizio con le “Trade Unions”, beninteso da lodare perché nate dal sacrosanto diritto del proletariato inglese, erede della “servitù della gleba”, di associarsi per la difesa degli interessi comuni!

Fase sociale  che, dopo la parentesi della dittatura nazi-fascista, si è protratta fino ai nostri giorni.

Si è peraltro andata strutturando la preminenza del corpo sociale sull’individuo; preminenza che, negli ultimi decenni, scavalcando i limiti accettabili della protezione organizzata del lavoro, ha finito a volte col limitare il diritto dell’ “homo faber” di emergere dalla massa in virtù dei propri meriti.

 A mio avviso tutto lascia motivatamente ritenere che, per lo meno nel mondo occidentale, sono invece maturi i tempi per riaffermare il ruolo del singolo nella società, ed in particolare la meritocrazia come fattore di affermazione nel mondo del lavoro, pur nel rispetto del dovere di inserirsi in una vita consociata ed organizzata.

Meritocrazia che negli ospedali ci si augura non debba più oltre essere valutata e quantificata dai non medici che li gestiscono e che a volte si ispirano al contenuto dei messaggi trasmessi dalle segreterie dei partiti..!.

Ciò premesso, non si compia allora l’errore di accogliere la necessità del lavoro di èquipe, come prova dell’insufficienza dell’uomo in quanto individuo, nel mondo d’oggi. L’esigenza dell’èquipe nel lavoro scientifico sta invece a dimostrare il contrario e cioè l’impossibilità di comporre un gruppo con una massa amorfa e l’esigenza di strutturarlo invece con un mosaico di competenze, nel quale ogni operatore, per la specificità del suo ruolo, conserva più che mai la sua individualità, tanto che in mancanza di lui il mosaico si frantuma, l’ingranaggio si arresta.

Affermata l’individualità dell’uomo-lavoratore, del Medico nell’ambito dell’èquipe medica, è però fuor di dubbio che, specie negli atti più complessi, la professionalità del singolo condiziona ed è nettamente condizionata da quella degli altri.

Il migliore dei chirurghi potrà sbagliare un intervento se il ferrista è un inesperto sprovveduto che non ha predisposto l’indispensabile strumentario; se l’anestesista non ha realizzato quel tal grado di narcosi e/o di attenuazione dei riflessi: il migliore dei chirurghi, cioè, non potrà esprimere appieno la sua professionalità, malgrado le sue grandi capacità intrinseche – cultura, creatività, esperienza, etc. -, se ogni componente dell’èquipe, se ogni individualità specializzata di essa non porterà il suo contributo tecnico adeguato.

Per non parlare, andando al di là dei confini dell’èquipe divisionale, dei necessari collegamenti tra le varie divisioni ed i servizi di diagnosi e cure, tra questi e gli uffici amministrativi deputati alla sollecita evasione delle richieste urgenti di strumentari e materiali sanitari di immediata necessità; delle strette correlazioni funzionali che devono esistere tra la Direzione sanitaria e tutte le strutture tecniche operanti nell’Ospedale.

Il danno alla persona dell’infermo non è dovuto sempre  ad errori tecnici del personale medico impegnato direttamente nell’assistenza, ma spesso ad insufficienze organizzative, che vanificano ogni sforzo, in quanto compromettono la possibilità di un impegno corale e coordinato delle varie Divisioni specialistiche, dei servizi di radiologia, di analisi chimico-bacteriologiche, di anatomia ed istologia patologica: impegno corale e coordinato senza il quale è inimmaginabile l’attuazione di prestazioni ospedaliere ad alto livello.

Notevoli sono poi le discrepanze tecniche che sono attribuibili alla non sempre soddisfacente simbiosi funzionale dell’èquipe medica con quella del personale infermieristico e di assistenza parasanitaria.

A prescindere dalle croniche e pur gravissime tensioni che avvelenano ovunque la convivenza delle varie categorie di lavoratori, in alcuni Ospedali si è instaurata una sorta di assurda conflittualità permanente, alimentata anche dal surmenage lavorativo cui sono sottoposti tutti i lavoratori, medici e non medici.

Surmenage che certo non giova alla serenità, alle possibilità di impegno del medico e del restante personale ospedaliero, in sostanza alla possibilità di tradurre in termini di concretezza la professionalità potenziale di ognuno.

Surmenage che deriva dall’altro fattore di squilibrio tecnico, rappresentato dalla carenza quantitativa del personale e quindi dalle croniche deficienze degli organigrammi, che costringono a turni di lavoro massacranti e, per fare un esempio, nell’ambito sanitario, alla strutturazione di èquipe operatorie incomplete, insufficienti anche numericamente oltre che come composizione plurispecialistica.

Quante volte nel grosso politraumatizzato che giunge nel pronto soccorso di un ospedale periferico il chirurgo generale si deve improvvisare chirurgo maxillo-facciale, chirurgo toracico, neuro-chirurgo, urologo, etc., in mancanza dei rispettivi specialisti, da inserire di urgenza nell’èquipe operatoria?

Quanto sfumato è oltretutto il limite tra la non colpa e la colpa medica; com’è facile che si giudichi di normale difficoltà tecnica ad esempio un intervento chirurgico di routine, che ha posto invece, nella realtà, l’Operatore di fronte ad imprevedibili ostacoli, connessi non con fatti tecnici ma con altre cause estranee al campo operatorio e di ordine organizzativo o strumentale!

 Un intervento di colecistectomia non può certo considerarsi particolarmente complesso. Anche ammessa l’inesistenza di problemi anatomo-patologici locali, quali aderenze, flogosi in atto, etc., l’esito dell’intervento essere peraltro negativo, se l’operatore conclude l’intervento, per esempio, senza una colangiografia intraoperatoria per mancanza della necessaria attrezzatura e quindi lascia in situ, poniamo, un calcolo nelle vie biliari principali.

Per evitare l’abbandono di una garza in addome si dice che v’è possibilità di usare quelle fornite di fili radiopachi: ma che senso ha adoperarle, posto che l’ospedale le abbia fornite, se non v’è un’attrezzatura radiologica adeguata in tutte le camere operatorie?

L’utilità, se non la necessità, dell’uso di garze con fili radiopachi nei grossi interventi cavitari non è forse la prova evidente della necessità di far ricorso ai mezzi più sofisticati della moderna tecnologia per evitare la verificazione di un evento – l’abbandono di una garza in addome – che pur viene considerato un classico inescusabile errore, penalmente rilevante?

Non è concepibile che per l’arte di arrangiarsi, cui ci ha costretti l’inefficienza di alcune Amministrazioni, si possa continuare ad andare avanti con malati gravi sistemati nei corridoi; ritardando le esecuzioni di indagini perché manca il reagente per quella tale analisi, etc.

Molti degli ascoltatori, non medici, stenteranno forse a credere a questa mia denunzia, pensando ad esagerazioni polemiche. Ciò è quanto invece accade ancora in alcuni ospedali, specie nel Sud, e quanto ho detto non è frutto di fantasiose dichiarazioni di circostanza!

Il problema dunque esiste, è ancora grave e non può essere ignorato, quando si deve valutare la possibile colpa del medico nell’induzione di un danno alla persona del Cittadino che si è rivolto ad una pubblica Struttura.

Tutti noi, Medici e non Medici, abbiamo peraltro il dovere di evitare che continui ad accadere quanto si verifica oggi, poiché la garanzia della professionalità dell’atto medico è innanzi tutto un dovere oltre che un diritto del Sanitario; dovere che si proietta verso il malato e la sua famiglia, oltre che verso la società, cui il malato appartiene.

Dovere che investe nel Medico la sua stessa coscienza di uomo, che non può non soffrire, pur non sentendosi in colpa, per ogni danno evitabile e non evitato, derivato alla salute del paziente che a Lui si è affidato.

Siamo ad una svolta storica dell’assistenza sanitaria: facciamo in modo che gli Amministratori sappiano che v’è chi, in veste di Censore tecnico, porrà la giustizia in grado di colpire ogni eventuale negligenza, ogni forma di inefficienza!

Facciamo in modo che gli strali non siano indirizzati sempre e solo contro il Medico, ma anche verso gli eventuali responsabili, amministrativi e politici, di ciò che viene censurato ed attribuito ad errore professionale del medico e che spesso non è che la conseguenza dell’insufficienza grave dei presidi tecnici di cui Egli dispone, della quale i Responsabili degli Enti devono essere chiamati a rispondere.

Va peraltro chiarito ed affermato che al fianco della qualità della prestazione professionale e cioè della sua adeguatezza tecnica ai dettami della scienza occorre che il rapporto medico-paziente conservi sempre e quindi anche in ambito ospedaliero, una dimensione umana, perché l’obbligo sociale e contrattuale dell’assistenza si elevi, aggiungendo al dovere istituzionale del medico ospedaliero di curare, il dovere dell’uomo di lenire la sofferenza di un altro essere umano!

Se è infatti fuor di dubbio chi il medico ospedaliero, per il suo ruolo e per il suo status, agendo in una struttura pubblica deve svolgere il suo compito nell’osservanza di certe regole di comportamento e di rapporto interpersonale, che fanno dell’infermo l’utente di un servizio pubblico dovuto e non un beneficato al quale si elargisce per generosità la propria opera, è altrettanto fuor di dubbio che, fermo restante il riconoscimento di tale obbligo, la prestazione sanitaria acquisterà le più alte cariche di professionalità quanto più immediato sarà, sul piano umano, il rapporto medico-paziente, quanto più diretto sarà il colloquio dell’uomo-medico con l’uomo-paziente.

In altri termini è doveroso sottolineare che, pur in presenza di tutte le condizioni più favorevoli, nella più moderna Struttura, la qualità e quindi la professionalità dell’atto medico nei confronti di un infermo che, lontano dai suoi affetti e dall’ambiente rassicurante della sua casa, giace in un lettino d’ospedale, potrà raggiungere i livelli più elevati solo se il Medico sarà guidato da un’etica professionale che elevi l’obbligo sociale e contrattuale dell’assistenza, aggiungendo al dovere di curare la sua partecipazione affettiva, diretta a lenire le sofferenze fisiche e psichiche del suo paziente.